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Mamme, impariamo a chiedere aiuto

Ho capito che una mamma difficilmente chiede aiuto, ma sbaglia.

Manca davvero poco al primo compleanno di mia figlia ed è tempo di un piccolo bilancio sulla mia avventura di mamma, ma proprio mentre tracciavo una linea mentale sui tantissimi avvenimenti di questi dodici – brevissimi – mesi, la mia mente è andata un po’ da un’altra parte e mi ha portato a fare delle riflessioni sulla maternità in generale.

Da quando sono mamma mi è capitato spesso di confrontarmi con le altre mamme. Alcune volte devo dire che è stato bello aiutare, ricevere aiuto e interagire con chi stava vivendo le mie stesse esperienze, ma altre mi sono scontrata con una specie di muro di gomma. C’è un confine, infatti, oltre il quale le mamme non riescono ad andare, come se approfondire certi argomenti facesse scattare un meccanismo di difesa, difficile da aggirare.

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Photo Credit: FreePik.com

La mia impressione è che le mamme su internet più che aiuto cerchino sostegno, in modo da deresponsabilizzarsi un po’.

Ok, la smetto di parlare in maniera criptica, vi faccio un esempio classico: le mamme scrivono nei gruppi non tanto per cercare dei veri consigli, quanto per sentirsi meno sole e per sapere che anche altre stanno sulla stessa barca (così in qualche modo si deresponsabilizzano e cercano approvazione). Mi è capitato di leggere una discussione in uno di questi temutissimi gruppi segreti: una mamma chiedeva aiuto perché la sua bimba aveva problemi con la pipì a letto la notte.

Un problema assolutamente fisiologico, specie subito dopo lo spannolinamento… niente di male, fino a quando tra i commenti non ho letto quello di una mamma che si sentiva particolarmente toccata dalla vicenda, perché il suo bambino di sette anni, dopo averle fatto la pipì a letto per tutte le notti dopo lo spannolinamento, ancora oggi se beve troppi liquidi la sera, di notte fa la pipì a letto.

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Lei lo ha portato ovunque, cercando di capire se il problema fosse ereditario, di ipofisi o a livello nefrologico. Non ha mai pensato, però, che il problema di suo figlio fosse di tipo diverso. Non un problema fisico, ma un problema psicologico. Probabilmente non c’è niente di gravissimo e non c’è bisogno di scomodare Freud o chissà cosa, ma molto probabilmente è un banalissimo segnale di un disagio legato a un’insicurezza e a una maggiore richiesta di attenzioni.

In Italia, però, quando si parla di questo tipo di problemi sembra indossare l’armatura di Don Chisciotte e di dover combattere contro i mulini a vento. Le mamme non chiedono aiuto e soprattutto non possono accettare che i loro figli possano esprimere una qualche forma di disagio, perché non vogliono sentirsi dire che forse il problema era nel loro modello educativo. Vi ricordate il problema dell’istinto materno che non sbaglia mai? (Cliccate QUI per rileggere il post).

Ma come? Non ci sarà stato un nonno, uno zio, un passante che abbia consigliato a questa mamma strada diversa piuttosto che continuare a far vivere questo bambino nella continua ansia di non poter bere un bicchiere d’acqua in più la sera? Purtroppo no, perché le mamme diventano delle iene quando le si mette in discussione.

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Paradossalmente per loro è meglio credere il loro bambino è malato, piuttosto che pensare che forse i loro figli stanno cercando di esprimere un qualche disagio nel quale loro hanno diverse responsabilità. Sono convinta che noi mamme agiamo tutte per il meglio dei nostri figli, ma a volte capita che i nostri figli non recepiscano come vorremmo noi i nostri atteggiamenti, e così inizino a vivere un disagio.

Il problema è che in Italia la figura dello psicologo è legata a dei disagi mentali molto più profondi e difficilmente una mamma in difficoltà si rivolge a uno specialista. Credo che servirebbe una figura intermedia a cui rivolgersi con fiducia in casi simili. Voi che ne pensate?

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Madeleine H. Mamme, impariamo a chiedere aiuto

Scrittrice, Love Coach, Blogger, Mamma e molto altro... in una parola Madeleine.

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